Cronache di Pastrufazio

Pastrufazio si trova a Milano. Vista con gli occhi del Gadda della Cognizione del dolore. L'unico sguardo possibile per la mia città, «una brutta e mal combinata città». Ma pur sempre l'unica, in questa scempia nazione, in cui a qualcuno può venire in testa di «tradurre il caos in sistemi».

Zajczyk: per alcuni giovani la trasgressione è segno d'identità

Francesca Zajczyk è docente di sociologia urbana e delegata del sindaco alle pari opportunità. Sul portale Partecipa.mi le ho risposto in questo modo:

Gentilissima Francesca, il suo discorso non mi convince affatto. Da decenni sento e trovo ormai stucchevole la nozione di trasgressione applicata a ogni evento sociale che presenta i segni di una qualche rottura con l’ordine stabilito. Provengo da una cultura che la trasgressione l’ha praticata fin da ragazzo con strumenti politici e culturali. Conosco anche la storia di questo che è ormai solo un luogo comune, invero abbastanza screditato. Si trasgredisce un’identità data e ricevuta per formarsene un’altra, più consona e più appagante… forse… e per questo si corrono dei rischi… le generazioni corrono rischi e si assumono ciclicamente nuove responsabilità. Degli errori tragici di quelle esperienze, la trasgressione con la droga, con il sesso, con ogni strumento possibile, sono pieni i cimiteri e quanto a nuove identità le uniche che si sono affermate con successo e continuità sono quelle del marketing e della valorizzazione consumistica e commerciale della trasgressione. I ragazzi delle feste di piazza non trasgrediscono alcunché semplicemente perché non hanno nulla di solido e certo a cui trasgredire, nessuna identità da mettere in discussione o contestare. Semplicemente non ne hanno. Se con aggressività cercano di formarsene una è perché non ne trovano di credibili e di praticabili negli adulti che invece, come dimostra anche il suo discorso, forniscono loro alibi che spesso neppure capiscono e comprendono. Infatti sparavano petardi a un artista che li blandiva e a un prete che salutava la Milano dei rancorosi… non sapendo neppure a chi stava parlando. Cosa che leggendo i resoconti lacunosi della stampa e delle tv, completati solo dalla lettera della signora Diletta, fa ancor più pena e rabbia. Forse sarebbe meglio un più di rispetto nei confronti di una cittadinanza che al massimo chiede di poter passare la sera dell’ultimo dell’anno in piazza senza sentirsi minoritaria e umiliata dal teppismo e dall’anomia sociale. Abbia il coraggio anche culturale di chiamare le cose con il loro nome e per quello che sono alla luce della descrizione che ne fanno le persone che c’erano e che mostrano di avere un linguaggio. È un coraggio che da docente qual è non dovrebbe mancarle perché fa parte dell’etica intellettuale del ricercatore sociale. Li guardi in faccia quei signori che si sono spaventati e hanno abbandonato la festa per paura dei petardi e non guardi solo al bisogno di identità di giovani a cui nessuno si preoccupa di dare per il resto dell’anno strumenti e motivi per riconoscersi in qualcosa di condiviso fosse pure un brindisi nel freddo… Di occasioni ludiche consegnate a questa città nell’illusione che servano a superare l’anomia, a ridare identità a chi non ce l’ha, a superare emarginazioni indotte o cercate, esibite e mostrate molto spesso con l’orgoglio dei drop out consapevoli, poco importa, ne ho visti negli decenni così tante da non poter credere che questi eventi rappresentino l’inizio di una strada lunga e difficile verso la convivenza civile. Affermare questo lo considero, mi permetta, un insulto all’intelligenza dei più… che infatti a quella festa mancavano e se c’erano fuggivano. Grazie e cordialità unite all’augurio per il suo lavoro che, credo, non facile.

Riccardo De Benedetti