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Cronache di Pastrufazio

Pastrufazio si trova a Milano. Vista con gli occhi del Gadda della «Cognizione del dolore». L'unico sguardo possibile per la mia città, «una brutta e mal combinata città». Ma pur sempre l'unica, in questa scempia nazione, in cui a qualcuno può venire in testa di «tradurre il caos in sistemi».

Di nuovo sui ragazzi morti in montagna

Marisa Fadoni Strik, in una nota per la sua traduzione di Die kleine Schöpfung [La piccola creazione] di Konrad Weiss [in Konrad Weiss, Epimeteo, Carl Schmitt e Felizitas, Edizioni Settecolori, 2014], parla anche della tradizione dei Wanderjahre, di quei ragazzi che, apprendisti delle migliori corporazioni professionali di quei lontani tempi, prima di diventare Meister erano invitati ad andare in giro per il mondo a imparare il mestiere, acquisire esperienze. Goethe ha scritto i suoi romanzi di formazione proprio basandosi su quella tradizione: Wilhelm Meisters Lehrjahre e Wilhelm Meisters Wanderjahre.

Oggi non ci sono più corporazioni, forse non ci sono più neppure mestieri e la nostra particolarissima interpretazione della professione è immersa nel grigio mediocre della necessità del danaro. Quando dei giovani diventano alpinisti, intraprendono un vero e proprio pellegrinaggio attraverso la bellezza di ciò che esiste, di ciò che è buono e bello.

Fuggono, sì, fuggono dalla bruttura della città, dell’urbanizzazione. Molti aprono anche un contenzioso con se stessi e il rischio; con se stessi e l’altro da cui, in qualche caso, non riescono a intravedere i contorni umani identificandolo con la roccia il ghiaccio. Qualcuno rischia più del dovuto. Ma cos’è il dovuto? Cosa dobbiamo alla vita perché essa cessi di essere un credito a cui rimettere i nostri debiti?

Solo ai morti, noi porgiamo davvero la mano.

Hermann Broch, Sortilegio.

In ricordo di Enrico Broggi e Matteo Tagliabue morti sull’Alpamayo

La mia recensione dell’ultimo libro di Franco Rella, apparsa oggi su «Avvenire».

La mia recensione dell’ultimo libro di Franco Rella, apparsa oggi su «Avvenire».

[…] giacché, per quanto l’uomo possa essere multiforme, una volta che ha imboccato una strada, e vi si è inserito stabilmente, non è più in grado di usare della multiformità della propria esistenza: rimane lì dov’è, e nulla più lo può strappare dal suo posto

Hermann Broch, Sortilegio, trad. di E. Martinez, Rusconi, Milano 1982, pp. 22-23. Nella modernità la questione rimane aperta; inconclusa, perché la multiformità di cui parla Broch sostituisce nel mondo moderno la compiutezza dell’uomo classico e medioevale. La multiformità è l’accendersi delle mille possibilità offerte dalle forme di vita moderne, quelle che incalzano la percezione, il sentire e il disporsi del singolo nei confronti delle costrizioni ereditate, delle quali si dice di potere fare a meno. Broch allude al ritorno in sé dell’illusione: altro che multiformità, l’uomo così come si è disposto nell’evo che è il nostro si incardina dove la divisione del lavoro lo ha posto.

listeningtopeterhammill:

As I said, the second and last post not directly pertaining to a PH album. An Historic is one of my musical aliases, certainly the longest running, and all of the songs written and recordings produced under the banner have been embarked upon with the spirit of Peter Hammill in mind. Please enjoy a stream or free download, and a return to your expected blog content promptly.

Il nostro sé

Le compte rendue de notre vie dove potremmo farlo se non in qualche pagina di journal intime? Il dialogo della riflessività, il dialogo di sé con sé porta solo a «questo soave, intenso sentimento di sé» che gli ormai pochi conoscono come unico e irriproducibile. Il suo accesso è destinato a coloro che soli possono pronunciare questo particolare «io» che noi tutti siamo, senza per questo poterci usare alla terza persona. Ora, si vede chiaramente quanto ci si affolla intorno all’uso di questa terza persona, quanta sostanza le si vuole dare e quanto fallimentare sia questo sforzo. È poco più che un singhiozzo sulle orme di Gerard Manley Hopkins.

«His Last Journey», Joe Zawinul, «Zawinul» (Atlantic 1971).

(via givemypoorheartease-deactivated)

4 mesi fa- 31

In ricordo di Marco Anghileri

La morte in montagna, per chi sa affrontarne l’alto ingaggio richiesto, non possiede la gloria e il riconoscimento della comunità degli umani. Non è come morire in battaglia; per una causa giusta; non si sta facendo nulla per gli altri. Chi affronta la sfida si sta allontanando dagli altri, anzi, è già lontano dal momento in cui ha accettato di correre quei rischi. Può considerarsi già subito un disadattato. Quando torna giù tra gli esseri umani, se riesce dopo simili imprese, è già un uomo diverso. Ha negli occhi il disumano delle vette, i silenziosi pendii del nulla sui quali possono correre solo le ombre delle nubi, di giorno e di notte i veli che calano da chissà dove. Eppure, qualcosa ci dice che quel rischio, quell’ingaggio è molto più umano di qualsiasi altra esperienza, perché incontra la morte, affronta la realtà della nostra esistenza, sempre aperta di fronte alla sua possibile fine. In un mondo nel quale la lotta sociale è diventata quell’infinita battaglia che si crede di poter vincere nei confronti dei poteri del caso e della sorte, l’alpinismo, se praticato come alcuni ancora lo praticano, è la dimostrazione che all’uomo rimane ancora la forza di trascendere il proprio vincolo etico con l’Altro per affrontare il vincolo ontologico con se stessi, quello che nessuno più vuol incontrare.

Tanto rumore per nulla?

Sembra questo l’interrogativo retorico che scorre in tanti commenti al non ancora certificato passo indietro dell’amministrazione ed Expo sulla costruzione del canale di scolo. No, non è così. Quando si muovono tanti soldi è sempre per qualcosa. Per chi ha lavorato allora chi ora ha smesso? La solita coalizione di degne persone, un po’ di destra, un po’ di sinistra, divise solo dalla cordata di appartenenza. Funzionari, imprenditori di se stessi e non solo, impegnati a stroncare quell’ostinata e incomprensibile resistenza che vede vecchi e superati amatori delle cose belle, per gli uni (versione di destra), intenti a frenare un dinamismo economico che porterebbe diffuse opportunità di ricchezza; per gli altri, versione di sinistra, intenti a frenare la redistribuzione degli effetti di quello stesso dinamismo osannato dai destri. Naturalmente, quando si tocca una o un mezzo più di una di queste non verità si fa male ai potenti di turno, occorre mettere in conto di passare per teppisti, anarchici, sfasciatutto, no qui no là no sopra no sotto. Dispiace.

Forma e spirito di geometria

Troppo presto per tirare conclusioni su tutta la vicenda del canale di scolo che doveva attraversare, tra gli altri, il Parco delle Cave, storia che è ben lungi dall’essere conclusa, però, di prima mattina, una cosa si può dire, tenendo conto dei dialoghi che via via si intrecciano tra comuni cittadini e comuni mestieranti della politica, e non solo: che la battaglia sembra aver riprodotto lo scontro tra esprit de finesse ed esprit de geometrie. Almeno così come lo descrive Marc Fumaroli in Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini [pp. 389–390]:

In contrasto, la bellezza del paesaggio urbano di Parigi, molto ricco di platani di antico ceppo sui viali e nei parchi, dipende dalla porporzione fra quella abbondante vegetazione, che l’inquinamento non sembra colpire, e gli edifici che sorgono nello sfondo, mai più alti di un terzo o della metà. Si è in città, è vero, e in qualsiasi città la natura è ospite dell’arte umana. Ma qui è un’ospite trattata da amica di famiglia. A Parigi tutto avviene come se l’arte di costruire, un secolo dopo l’altro, si fosse preoccupata di non umiliare la natura, ma di mantenere una giusta misura nelle dimensioni delle sue opere più nobili e proporzionate al corpo umano.

Nelle pagine successive Fumaroli cita abbondantemente Leon Battista Alberti, L’arte del costruire, le cui indicazioni nel corso dei secoli non sono state trascurate dalla forma che si è data Lutezia. È una forma che Pastrufazio non ha mai avuto, e quando ne ha intravista qualcuna di percorribile, l’ha cancellata, distrutta; una forma che ha isolato per poi poterla aggredirla in tutta traquillità e sicurezza. Pastrufazio è brutta perché è venuta da sempre meno al dovere di preservare la propria forma. Scrive ancora, alla pagina seguente, Fumaroli:

La bellezza non è un assoluto come il sublime: è una qualità naturale che ogni volta, secondo il luogo, le circostanze e i destinatari, lo spirito ottiene per una strada diversa che le regole non bastano a definire in anticipo; essa risponde a un istinto universale della natura umana che, privata di quel piacere o impossibilitata a conoscerlo, si amareggia e si inselvatichisce. Questa vecchia verità è sempre giovane, anche se richiede troppo tatto, spirito e generosità per non essere sconfessata con disprezzo dallo spirito di geometria, soprattutto quando si unisce a quello di lucro e alla megalomania.