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Cronache di Pastrufazio

Pastrufazio si trova a Milano. Vista con gli occhi del Gadda della «Cognizione del dolore». L'unico sguardo possibile per la mia città, «una brutta e mal combinata città». Ma pur sempre l'unica, in questa scempia nazione, in cui a qualcuno può venire in testa di «tradurre il caos in sistemi».

Ciò che rappresenta per il nostro destino personale l’eternità dell’aver-vissuto nessuno può dirlo e nessuno ne ha la benché minima idea; quanto agli uomini informati che pretendono di rispondere alla domanda che cosa?, non sono altro, come sappiamo, che ciarlatani. La morte, infatti, non è un indovinello né un enigma. […] è proprio in questo che la morte è un mistero. Questo mistero è il mistero del nostro tutti-i-giorni, il mistero di uno sguardo amico o di un sorriso grave, di un singhiozzo represso o di una connivenza furtiva, il mistero delle cose familiari e benevole che ci accompagnano dalla culla alla tomba.

In ricordo di Valter Binaghi a un anno dalla sua scomparsa: Vladimir Jankélévitch, La morte, 2009, pp. 462.

Su Michel de Certeau e uno studio recente di Diana Napoli a lui dedicato. Appare sull’edizione odierna di «Avvenire»

Su Michel de Certeau e uno studio recente di Diana Napoli a lui dedicato. Appare sull’edizione odierna di «Avvenire»

Sul cardinale Bessarione, ieri nelle pagine di «Avvenire».

Sul cardinale Bessarione, ieri nelle pagine di «Avvenire».

ascoltincuffia:

«I Shall Be Released», Bob Dylan, «Bob Dylan’s Greatest Hits», Volume II.

Scuote appena i capelli, biondi. Ma l’ombra che lascia sui miei occhi è la stessa di quarant’anni fa. Gli stessi jeans, lo stesso passo e la camicetta che si appoggia lieve sui fianchi. Allungo il passo, sono davanti e mi volto, le palpebre più aperte che posso nella luce della tarda mattina. Non poteva essere lei; non cerco nessuna di quegli anni, solo mi ostino a fermare il tempo.

2 mesi fa- 4

Arrancano sul marciapiede di corso Vercelli. Lei sessantenne, l’altra ottuagenaria, almeno. Curva, ma ben vestita, boffonchia qualcosa che non riesco a distinguere. Ma l’altra, secca, decisa: «Mamma ancora non capisci la logica della borsa da spiaggia». Stamane a Milano.

Chi può negare che la metropolitana milanese sia a certe ore un lungo esercizio penitente? Di fronte a me una ragazza indossa jeans attillatissimi, vita bassa tale che il pizzo rosso della mutandina occhieggia in un mezzo centimetro sopra il bordo. Oscilla di fronte al mio volto che mantiene l’impassibilità atarassica di uno stilita. Così mi resta solo di chinarmi sul telefonino e scrivere il mio post mattutino.

edizionimedusa:

Su «Avvenire», di ieri, 15 giugno, una breve recensione del «Fardello dell’identità. Le radici ebraiche» di Simone Weil. Un primo approccio critico sulla questione e sulle problematiche sollevate da queste pagine.

edizionimedusa:

Su «Avvenire», di ieri, 15 giugno, una breve recensione del «Fardello dell’identità. Le radici ebraiche» di Simone Weil. Un primo approccio critico sulla questione e sulle problematiche sollevate da queste pagine.

Il fardello dell’identità

edizionimedusa:

In questi giorni esce per Edizioni Medusa una raccolta di scritti di Simone Weil con i suoi scritti più antigiudaici: «Il fardello dell’identità. Le radici ebraiche»; a cura di Roberto Peverelli.

Il volume offre qualche inedito e raccoglie i testi più controversi della Weil.

Completano il volume un saggio mai tradotto di Georges Bataille e uno di Paul Giniewski.

Ne parla oggi, domenica 15 giugno, «Avvenire» con una mia presentazione.

Di nuovo sui ragazzi morti in montagna

Marisa Fadoni Strik, in una nota per la sua traduzione di Die kleine Schöpfung [La piccola creazione] di Konrad Weiss [in Konrad Weiss, Epimeteo, Carl Schmitt e Felizitas, Edizioni Settecolori, 2014], parla anche della tradizione dei Wanderjahre, di quei ragazzi che, apprendisti delle migliori corporazioni professionali di quei lontani tempi, prima di diventare Meister erano invitati ad andare in giro per il mondo a imparare il mestiere, acquisire esperienze. Goethe ha scritto i suoi romanzi di formazione proprio basandosi su quella tradizione: Wilhelm Meisters Lehrjahre e Wilhelm Meisters Wanderjahre.

Oggi non ci sono più corporazioni, forse non ci sono più neppure mestieri e la nostra particolarissima interpretazione della professione è immersa nel grigio mediocre della necessità del danaro. Quando dei giovani diventano alpinisti, intraprendono un vero e proprio pellegrinaggio attraverso la bellezza di ciò che esiste, di ciò che è buono e bello.

Fuggono, sì, fuggono dalla bruttura della città, dell’urbanizzazione. Molti aprono anche un contenzioso con se stessi e il rischio; con se stessi e l’altro da cui, in qualche caso, non riescono a intravedere i contorni umani identificandolo con la roccia il ghiaccio. Qualcuno rischia più del dovuto. Ma cos’è il dovuto? Cosa dobbiamo alla vita perché essa cessi di essere un credito a cui rimettere i nostri debiti?

Solo ai morti, noi porgiamo davvero la mano.

Hermann Broch, Sortilegio.

In ricordo di Enrico Broggi e Matteo Tagliabue morti sull’Alpamayo