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Cronache di Pastrufazio

Pastrufazio si trova a Milano. Vista con gli occhi del Gadda della «Cognizione del dolore». L'unico sguardo possibile per la mia città, «una brutta e mal combinata città». Ma pur sempre l'unica, in questa scempia nazione, in cui a qualcuno può venire in testa di «tradurre il caos in sistemi».

Congedo

È venuto il momento di interrompere la serie, largamente incompleta e discontinua, di post dedicati al Parco della Scontentezza.

Pastrufazio mangia divora i suoi figli meglio di Crono, e col falcetto strappa loro i genitali e li dà in pasto a non so chi. Dopo aver fatto sfogare un po’ i suoi timidi ragazzi, riprende la sua andatura normale: affari, prebende; prebende e affari; distribuzione di favori, accreditamenti vanagloriosi, mediocrità spacciate per eccellenze e quello che davvero eccelle subito si industria a ribassare. Tutto deve essere a prezzo di sconto, anche, se non soprattutto, la dignità. Così, dopo aver difeso la necessità di un percorso alternativo, più rispettoso dell’identità del parco, Italia Nostra accetta di migliorare il canale che lo attraverserà. Nel breve giro di qualche colloquio e, soprattutto, senza aver detto nulla ai cittadini che ancora sostenevano il suo progetto di percorso alternativo, in pratica lasciando il cerino acceso nelle mani di quei pochi cittadini che non accettavano lo sfregio.

Se avessi ascoltato la mia pur piccola ragione, sin dal primo istante avrei dovuto non acconsentire al richiamo della foresta: il no qui il no là, facciamo come in val Susa, il folklore antistituzionale (la via maestra di ogni apprendista stregone in politica) avrebbe dovuto mettermi sul chi va là. Gli interessi, le lotte tra clan che si chiamano associazioni, le primogeniture… tutta roba che non mi appartiene. Mi sono accorto di aver lavorato per conto terzi, e non è bello. Non capiterà mai più.

Qualche volto, qualche bella coscienza, all’interno di un panorama distrutto, macerie, tronchi abbattuti, la triste sequenza delle illusioni in corteo che escono di scena come al solito.

Anche questa cronaca è finita.

Giuggiole per lanterne

Alla fine, quando arriva e quasi sempre arriva, le cose sembrano aggiustarsi. La grande saggezza italica, il frutto più appassionato di millenni di storia si sedimenta anche nei più piccoli ritagli delle azioni dell’uomo che nasce vive cresce e si estingue nella landa a forma di stivale. Lo fa con leggerezza, come quando la foglia si stacca da un albero senza che ci sia vento, così, solo perché è stanca di stare appesa.

E allora sì, che il compromesso, il basso calcolo, l’istinto di sopravvivere fisicamente come un qualsiasi organismo di vita precaria ha il sopravvento su tutto.

E la lotta, la chiamata alle armi, la guerra, lo scontro, il dissidio, la lotta all’ultimo sangue con il piede ben piantato a terra lascia il posto al più meditato, rilassante e proficuo accordo tra le parti. Un accordo che non cancella le parti e conserva i motivi dell’accesa tenzone per la prossima, quando la vasca dei pesci sarà piena per un’altra infornata di avanotteri da pasturare adeguatamente con lo stesso mangime: illusioni, sogni, giochi di prestigio, incanti, proiezioni, giuggiole, buffonerie, salamelecchi, idiotismi e idiosincratiche pretenzioni…

Alla fine rimane solo il silenzio disperato del tempo nel quale, a Pastrufazio come nei paesi vicini, si perdono inutili le nostre preoccupazioni civili.

Il santo rosario dell’infamia

È necessario analizzare un parco con la stessa serietà con cui si analizza un testo letterario. Il parco delle Cave è stato finora una sorta di palinsesto in divenire, un abile bricolage, fatto di cura e attenzione e di qualche colpo d’ala geniale. Le cave, innanzitutto: da potenziali discariche, dopo che avevano assicurato i materiali per la ricostruzione, colmati di acqua e non di detriti. I fontanili, salvati, accuditi e accompagnati nel loro corso. I prati, gli alberi, la vegetazione, gli argini dei canaletti, l’umido e limaccioso specchio d’acqua, tutto è stato utilizzato per interrompere il continuum urbano. Tutto si sta facendo, e il canale di cemento armato è il segno forte di questa intenzione, per ripristinarlo. L’abitante di Pastrufazio non deve poter guardare verso alcun orizzonte senza incontrare qualche segno della sua schiavitù: il profilo di un falansterio o di un’antenna. Tutto deve ricordargli che vive in una città senza identità, senza stile, deve sentirla impropria, deve sentirsi fuori posto, altrimenti non può sentire l’esigenze di comprare l’automobile per scappar via il fine settimana; indebitarsi per comprarsi la casa in montagna o al mare. Chi abita a Pastrufazio la deve odiare, odiare per consumare, consumare per odiare; odiare per scappare; scappare per non amare. È il santo rosario dell’infamia che fanno recitare a chi abita a Pastrufazio.

De Certeau, un gesuita fra gli yankee

2 mesi fa- 2

Perché EXPO si dimentica del territorio

Si registra il paradosso: il tema è la sostenibilità dell’alimentazione, ma si attraversa un territorio dimenticandosi di marcite e canalizzazioni, le stesse che permisero, sull’accorta intuizione dei Cistercensi (1100 circa a Chiaravalle), di moltiplicare i tagli di foraggio, aumentare la produzione di latte delle vacche e consegnare il surplus alla caseificazione. Senza quel ridisegno della pianura coltiva non ci sarebbero stati i formaggi stagionati che aumentarono il contributo proteico nell’alimentazione del tempo garantendo miglioramenti sostanziali nella vita del tempo.

Di tutto questo ci si dimentica e nel più stupido dei velleitarismi si crede che il visitatore EXPO arriva a Rho e da Rho segua il canale per osservare cosa? Il nulla.

In realtà questi eventi certificano la grande trasformazione che sta subendo in Occidente la nozione stessa di territorio, sorta dalla giurisprudenza romana, che nel termine territorium intendevano definire il luogo sul quale il magistrato pubblico esercitava il diritto di spaventare e mettere in fuga (ius terrendi, in Digesto 50, 16, 239, 8). Il territorio può diventare così la proprietà nei limiti riconosciuti secondo il solco tracciato dall’aratro.

Questi significati non possono essere accolti dall’impostazione che EXPO dà alla sostenibilità alimentare. EXPO non può vedere il territorio, non ne può essere terrorizzato da alcuna magistratura, perché dà rappresentazione a una sorta di rifeudalizzazione planetaria dei processi di produzione alimentare che hanno raggiunto limiti oltre i quali lo stesso sistema può non essere più sostenibile.

Il cinismo italico (politico e imprenditoriale), che se ne frega sostanzialmente di qualsiasi considerazione altra rispetto agli interessi monetari che si possono ricavare dall’evento, ci mette il suo e, per meri obiettivi economici a cortissimo raggio, sacrifica ulteriormente il territorio.

Nella devastazione dei parchi attraversati dal canale si compendiano così due logiche, una planetaria, l’altra locale, entrambe convergenti nella distruzione di ciò che resta.

La natura di Concord

«È inutile sognare una natura selvaggia distante da noi. Non esiste nulla di simile. È la palude nel nostro cervello e nei nostri visceri, il vigore primordiale della Natura dentro di noi, a ispirarci quel sogno. Mai troverò nelle lande disabitate del Labrador una natura più selvaggia di quella che trovo in certi angoli di Concord; intendo dire di quella che in essi vedo». Henry David Thoreau, Journal, 30 agosto 1856

Landscape

La differenza tra materia bruta e paesaggio è creata dalla nostra percezione. È un costrutto culturale, così come lo è stato il passaggio dal crudo al cotto. Difendo un parco non solo perché amo la natura, ma soprattutto perché amo ciò che l’uomo ne ha saputo trarre per i suoi occhi. La parola inglese «landscape», entrata in uso nel XVI sec., ha origini olandesi, vale a dire uno dei territori più ingegnerizzati dell’umanità. Il suo significato, però, oscillava tra l’unità base di ogni insediamento umano, quindi nulla di naturale, e qualsiasi cosa potesse essere gradevolmente rappresentato. Il difetto in cui ci troviamo, non solo a Pastrufazio, attiene essenzialmente all’ambito culturale: nessuno è più in grado di conservare i passaggi che hanno portato, in Italia, dalla materia bruta alla sua costruzione percettiva attraverso la rappresentazione armonizzata delle proporzioni che vi inserisce l’attività dell’uomo. Così che a fronteggiarsi sono due brutalità eguali e contrarie: quella che riconosce la superiorità dell’intervento umano, comunque si esprima, da una parte, e quella che crede di poter opporsi alla brutalità dell’uomo riproponendo la stessa prodotta dalla natura. Era uno scontro da evitare e puntualmente l’Italia lo mette in scena con gusto e piacere. I piaceri dell’orrore.

Madama Politica e dottor Inganno

A volte mi lascio prendere dall’entusiasmo. Vuoi vedere che riesco, finalmente, a scrivere un’epica? Qualcosa da mandare a memoria, del tipo: la volta che un pugno di abitanti di un vecchio quartiere di Pastrufazio presero per mano il proprio destino e, finalmente, lo scrissero in lettere di fuoco sulle cortecce degli alberi del parco che difesero fino all’ultimo dalle orde di devastatori.

Poi mi fermo di colpo. Scorro la mia casella di posta elettronica. È piena di messaggi; aborti di comunicati stampa; testi e testicoli corretti e arrossati dalle correzioni. Sono passate le matite rosse e blu e dei maestrini della Politica, che è poi la sposa maldestra di un signore distinto che fa di nome Inganno. Sarà per un’altra volta. Chiudo il mio Mac e apro un vecchio libro del 1968, è di Roberto Ridolfi, «I ghiribizzi»; la copertina è disegnata da Bob Noorda per Vallecchi, editore in Firenze.

Cosa offre oggi il menù?

Stasera si partecipa. Si inaugura, si fanno progetti, culturali. La biblioteca di periferia a Pastrufazio è sempre un po’ la ridotta dei sentimenti civici, il luogo dove si respirano le sconfitte di un tempo e si gettano i presupposti per quelle future. Nel quale l’epica di ieri è la prosa di oggi; il racconto di ciò che fu, male in arnese, diventa la bella calligrafia dell’esercizio di stile, quando c’è. Ma ora non c’è nessuno stile; si propina il passato come se fosse il futuro che non fu mai, non ne ebbe il tempo. Adesso sì che ci si mette di impegno e i problemi dell’oggi sono quelli di sempre e chiedono sempre le stesse coazioni, gli stessi obblighi: siamo uniti, contro qui, contro là, contro questo contro quello e l’altro ancora, ora e sempre… qualche passo nell’incompiuto, l’eterno incompiuto nel quale fanno sopravvivere i perdenti a loro insaputa. Il vero perdente sa sempre che sta vincendo, che manca quel poco per vincere, definitivamente, una volta per tutte. Ah, dimenticavo, lo spettacolo è per i soliti anche se là in fondo, le luci della strada rimbalzano sulla superficie lucida di pioggia delle benne, non senza aver attraversato un catino orlato di marmo sporco, dove ristagna tra bottiglie di plastica e cartacce il sogno putrefatto di una città senza più forma.

La bella contrada di Pastrufazio

La sicurezza tetragona con la quale i funzionari del Comune di Pastrufazio, il vice-sindaco e la diversificata filiera dei decisori politici, sostengono la «via d’acqua» che via d’acqua non è, non pare avere ragioni. Eppure una potrebbe averla e dipende dal fatto che le acque che vorrebbero canalizzare non servono affatto a fare quello che normalmente i canali facevano. Vale a dire: i canali servivano per «trasmettere potenza ed energia a ruote, mole, argani, mantici, magli, mettendo in movimento mulini, gualchiere, setifici, lanifici, ferriere, concerie, tintorie, segherie, cartiere; le acque morte e stagnanti devono essere neutralizzate o rimesse in moto per dissipare e debellare la mala aria», così scrive Piero Camporesi in «Le belle contrade. Nascita del paesaggio italiano» (Milano 1992) a p. 58. Venuto meno questo scopo le acque dovrebbero essere canalizzate per motivi estetici, diciamo così; quasi per una sorta di nostalgia tardiva, nella quale albergano i fantasmi del produttivismo manufatturiero unito al mito progressista dell’addomesticamento della natura. Manca del tutto dalla prospettiva degli attuali amministratori, e di quello precedenti, la cultura dello sguardo: addomesticare la natura oggi significa guardarla; osservare la pendenza naturale che le acque assumono quando sgorgano dal fontanile e rispettarla, caso mai aiutarla. Ma questo implica vivere il territorio, conoscerlo e identificarlo come unico, chiamarlo per nome, conoscere ogni suo angolo. Questo sapere non entra nella campo di rilevanza della decisione politica; non può neppure negoziare, può solo registrarsi in perdita e in trascurata noncuranza.