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Cronache di Pastrufazio

Pastrufazio si trova a Milano. Vista con gli occhi del Gadda della «Cognizione del dolore». L'unico sguardo possibile per la mia città, «una brutta e mal combinata città». Ma pur sempre l'unica, in questa scempia nazione, in cui a qualcuno può venire in testa di «tradurre il caos in sistemi».

«His Last Journey», Joe Zawinul, «Zawinul» (Atlantic 1971).

(Fonte: givemypoorheartease)

1 mese fa- 31

In ricordo di Marco Anghileri

La morte in montagna, per chi sa affrontarne l’alto ingaggio richiesto, non possiede la gloria e il riconoscimento della comunità degli umani. Non è come morire in battaglia; per una causa giusta; non si sta facendo nulla per gli altri. Chi affronta la sfida si sta allontanando dagli altri, anzi, è già lontano dal momento in cui ha accettato di correre quei rischi. Può considerarsi già subito un disadattato. Quando torna giù tra gli esseri umani, se riesce dopo simili imprese, è già un uomo diverso. Ha negli occhi il disumano delle vette, i silenziosi pendii del nulla sui quali possono correre solo le ombre delle nubi, di giorno e di notte i veli che calano da chissà dove. Eppure, qualcosa ci dice che quel rischio, quell’ingaggio è molto più umano di qualsiasi altra esperienza, perché incontra la morte, affronta la realtà della nostra esistenza, sempre aperta di fronte alla sua possibile fine. In un mondo nel quale la lotta sociale è diventata quell’infinita battaglia che si crede di poter vincere nei confronti dei poteri del caso e della sorte, l’alpinismo, se praticato come alcuni ancora lo praticano, è la dimostrazione che all’uomo rimane ancora la forza di trascendere il proprio vincolo etico con l’Altro per affrontare il vincolo ontologico con se stessi, quello che nessuno più vuol incontrare.

Tanto rumore per nulla?

Sembra questo l’interrogativo retorico che scorre in tanti commenti al non ancora certificato passo indietro dell’amministrazione ed Expo sulla costruzione del canale di scolo. No, non è così. Quando si muovono tanti soldi è sempre per qualcosa. Per chi ha lavorato allora chi ora ha smesso? La solita coalizione di degne persone, un po’ di destra, un po’ di sinistra, divise solo dalla cordata di appartenenza. Funzionari, imprenditori di se stessi e non solo, impegnati a stroncare quell’ostinata e incomprensibile resistenza che vede vecchi e superati amatori delle cose belle, per gli uni (versione di destra), intenti a frenare un dinamismo economico che porterebbe diffuse opportunità di ricchezza; per gli altri, versione di sinistra, intenti a frenare la redistribuzione degli effetti di quello stesso dinamismo osannato dai destri. Naturalmente, quando si tocca una o un mezzo più di una di queste non verità si fa male ai potenti di turno, occorre mettere in conto di passare per teppisti, anarchici, sfasciatutto, no qui no là no sopra no sotto. Dispiace.

Forma e spirito di geometria

Troppo presto per tirare conclusioni su tutta la vicenda del canale di scolo che doveva attraversare, tra gli altri, il Parco delle Cave, storia che è ben lungi dall’essere conclusa, però, di prima mattina, una cosa si può dire, tenendo conto dei dialoghi che via via si intrecciano tra comuni cittadini e comuni mestieranti della politica, e non solo: che la battaglia sembra aver riprodotto lo scontro tra esprit de finesse ed esprit de geometrie. Almeno così come lo descrive Marc Fumaroli in Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini [pp. 389–390]:

In contrasto, la bellezza del paesaggio urbano di Parigi, molto ricco di platani di antico ceppo sui viali e nei parchi, dipende dalla porporzione fra quella abbondante vegetazione, che l’inquinamento non sembra colpire, e gli edifici che sorgono nello sfondo, mai più alti di un terzo o della metà. Si è in città, è vero, e in qualsiasi città la natura è ospite dell’arte umana. Ma qui è un’ospite trattata da amica di famiglia. A Parigi tutto avviene come se l’arte di costruire, un secolo dopo l’altro, si fosse preoccupata di non umiliare la natura, ma di mantenere una giusta misura nelle dimensioni delle sue opere più nobili e proporzionate al corpo umano.

Nelle pagine successive Fumaroli cita abbondantemente Leon Battista Alberti, L’arte del costruire, le cui indicazioni nel corso dei secoli non sono state trascurate dalla forma che si è data Lutezia. È una forma che Pastrufazio non ha mai avuto, e quando ne ha intravista qualcuna di percorribile, l’ha cancellata, distrutta; una forma che ha isolato per poi poterla aggredirla in tutta traquillità e sicurezza. Pastrufazio è brutta perché è venuta da sempre meno al dovere di preservare la propria forma. Scrive ancora, alla pagina seguente, Fumaroli:

La bellezza non è un assoluto come il sublime: è una qualità naturale che ogni volta, secondo il luogo, le circostanze e i destinatari, lo spirito ottiene per una strada diversa che le regole non bastano a definire in anticipo; essa risponde a un istinto universale della natura umana che, privata di quel piacere o impossibilitata a conoscerlo, si amareggia e si inselvatichisce. Questa vecchia verità è sempre giovane, anche se richiede troppo tatto, spirito e generosità per non essere sconfessata con disprezzo dallo spirito di geometria, soprattutto quando si unisce a quello di lucro e alla megalomania.

Le case delle grandi città sembrano casematte contro il silenzio. Sembra che dalle loro finestre si spari, come da feritoie, sul silenzio. Nella notte, le case e le piazze appaiono sollevate dalle luci, non si ergono più solidamente sul suolo, galleggiano nell’aria. Le luci sembrano trascinare la città verso l’alto; come un enorme pallone, la città plana al di sopra di se medesima. Si arroventano, sempre più numerose, luci verdi e blu; la città sembra planare sempre più in alto; ma il cielo, con le sue stelle, trema e fugge. Poi improvvisamente, c’è un istante di silenzio e la città ora sembra riflettere per sapere se debba precipitarsi sul suolo e sparire totalmente.

Max Picard, Le monde du silence, PUF, Paris 1954, pp. 180.

Trattenere gli sguardi

Ancora torno a pensare a cosa impedisca la piena comprensione del Parco delle Cave e la sua derubricazione a luogo di fitness esasperato. Credo sia una questione di sguardo. I punti, pochi ma significativi, dai quali è possibile non incontrare, a differenza di Central Park, la triste sagoma dei condomini milanesi inquietano. Il cuore bucolico di Central Park a New York è rassicurato da ciò che gli preme intorno; nel Parco delle Cave lo sguardo fugge via, scappa, non si trattiene nella metropoli. Ma Pastrufazio ama se stesso, di un amore un po’ torbido e insensato; ha un bisogno vitale di trattenere gli sguardi dei suoi abitanti. Come la curva dell’universo teorizzata dalla fisica, non può sfuggire al centro gravitazionale da cui è nato. Nel suo concepirsi in eterna espansione, Pastrufazio non può permettersi che qualcosa gli sfugga, fosse pure la natura impalpabile dello sguardo. Proiettarsi oltre il confine, nell’azzurro del cielo, quando c’è, non è consentito, inquieta. Il parco a tutela amministrativa, quel tot di verde pro capite destinato al suo abitante potrebbe anche ampliarsi, raggiungere dimensioni ragguardevoli, le famose percentuali europee, ma una cosa non deve mai consentire: la fuga dello sguardo all’attrazione del suo cuore di tenebra. Il Parco delle Cave lo consente e questo non è ammesso.

Da Cassiciacum a Linterno senza ritorno

Trovo nell’ultimo libro tradotto in italiano di Marc Fumaroli [Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini, Adelphi, Milano 2011, p. 87] un’osservazione che ci apre un piccolo pertugio nel quale entrare nell’attuale delirio. Riguarda un nesso, qui solo accennato a livello di autori e non di luoghi, tra Cassiciacum e Linterno ai bordi del Parco delle Cave.

L’Europa romantica aveva ritrovato, sulle orme di Petrarca e dei suoi discepoli, il significato delle ville-biblioteche-musei-accademie di Cicerone e di Plinio, e su quelle di Erasmo il significato della villa di Cassiciaco dove nel quinto secolo si ritirò Agostino con i suoi amici per meditare tutti insieme, avviando la transizione tra la deliziosa villa pagana della Pax romana e l’austero monastero cristiano al riparo dai tempi barbari.

Allora, la filiera autorale è: Cicerone, Plinio, Agostino, Petrarca, romantici. Per quanto riguarda i luoghi attribuiti a ciascuno: Formia; villa Laurentina forse a Castel Porziano; Cassiciacum, forse Cassago e, almeno per il soggiorno milanese, Linterno. Di questa citazione, però, a noi importa anche il seguito:

Il lusso opprimente delle dimore monumentali di Newport, il quadrilatero delle più ricche dinastie industriali americane, dove esse gareggiarono tra il 1880 e il 1914 in cospicuous consumption (un «consumo ostentato» che preludeva a quello di cui siamo spettatori su scala mondiale), non era l’erede di quella lunga tradizione di otium cum dignitate, il riposo della dignità.

Fumaroli oppone le due idee di villa: quella dell’Europa latina dell’otium provvido di prodotti intellettuali a quella del consumo ostentato della nuova ricchezza imperiale del capitalismo americano. Le antenne sensibili di un Henry James piuttosto che di Edith Wharton o di Mark Twain intuivano lo scarto e più o meno dolorosamente lo registravano nelle loro opere o nei loro carnet di viaggio. Nell’attuale misconoscimento di Villa Linterno, in un progetto che la ridurrebbe a ipotetico centro sociale, luogo ameno nel quale troverebbero posto gli spiriti dell’igiene corporea delle masse o, al massimo, dell’ortoprassi culturalizzante, di nulla consapevole se non del proprio consumo, ci sono tutti i fraintendimenti possibili, tutta la trascuratezza attribuibile a chi non ha colto l’importanza di quella filiera nel determinare i luoghi stessi della nostra formazione culturale. Da noi, ormai, trovano posto le pallide e ormai tarde imitazioni di Newport. Negato il rigore che conserverebbe Linterno come sito eminente di quella filiera, resterebbe solo la traccia dell’avvenuta cancellazione. Triste che si debba recuperare in qualche pagina francese ciò che dovrebbe essere scritto in italiano.

Da una citazione di Pierre Legendre, tratta da «L’occidente invisibile. Conferenze in Giappone» (a cura di Paolo Heritier), la mia presentazione di un autore da noi troppo poco letto e studiato.

Da una citazione di Pierre Legendre, tratta da «L’occidente invisibile. Conferenze in Giappone» (a cura di Paolo Heritier), la mia presentazione di un autore da noi troppo poco letto e studiato.

La contrada aspra e selvaggia

Privo di ogni cognizione del bello il politico di Pastrufazio annusa l’aria che tira con qualche anno di ritardo… o secolo. Per esempio come potrebbe tradurre in indirizzi concreti quanto affermava nel 1806 F. Schlegel nel suo Taccuino poetico:

Per me, sono belle solo le contrade che comunemente son dette aspre e selvagge; solo queste sono sublimi, solo i paesi sublimi possono essere belli, solo questi incitano a meditare sulla natura.

Oh, per l’amor del cielo, non vorrei mai che un politico conoscesse i fratelli Schlegel, ma almeno considerare un parco urbano-agricolo come se fosse una contrada aspra e selvaggia sarebbe uno sforzo immaginativo alla sua portata, piuttosto che attestare a colpi di cemento armato la sua profondissima ignoranza.

Il piacere del sintomo

Una distinzione di derivazione psicoanalitica, quella tra utile e godimento. Tutte le utilities sono godibili, è certo però che non tutti i godimenti sono utili. Ci può stare anche il caso nel quale delle disutilities, cioè dei modi avversi al guadagno consentito da attività ben condotte, risultino altamente godibili. È il caso della perdita, del mancato raggiungimento di uno scopo per il quale ci si è impegnati allo spasimo, fino a trascurare parti di se stessi e degli altri con i quali si è in relazione. Una situazione del genere normalmente dovrebbe produrre sofferenza, dispiacere, rammarico, indurre anche a una certa disistima del proprio comportamente, o forse il tentativo di emendarlo e di renderlo più efficace. Invece, in qualche caso, la sconfitta piace, appaga. Si gode della propria sintomatologia, anzi si produce il sintomo per goderne, vale a dire, si lavora alla propria sconfitta. In questi giorni ho osservato una lunga teoria di soggetti intenti a godere del proprio sintomo, della propria disfunzione. Non è un bello spettacolo, anche perché la sindrome porta con sé l’irresistibile tendenza ad allargarsi, a far proseliti, a diffondersi. Tra i giovani soprattutto e ad opera dei vecchi. Una brutta cosa.