L’enumerazione delle cose del mondo si estende per tutto il corso dell’opera. A prima vista è un’enumerazione piatta: variata dallo slittamento da un’immagine all’altra (un’enciclopedia non è un oggetto metafisico). Tuttavia questa enumerazione produce, in Steinberg, un effetto secondo: quello di un luogo ingombro di oggetti eterocliti in mezzo ai quali non ci si ritrova. E questa è la definizione stessa del Labirinto. In effetti Steinberg ha disegnato la Galleria di Milano come un labirinto, l’accumulo e l’estensione di funzioni multiple, un piccolo universo autarchico. È proprio il malessere incessantemente espresso da Steinberg: il mondo è autosufficiente, il mondo non ha bisogno di me: «All except you».
—Da Roland Barthes, Saul Steinberg, All except you, Paris, Repèr Editions d’Art-Galèrie Maeght 1983
È raro infatti che il regista parli della propria infanzia, ed è praticamente impossibile che ne parli con un giornalista. Eppure Truffaut è “partito” come uno dei registi più autobiografici del momento con i «Quattrocento colpi» affidando al piccolo delinquente Jean Pierre Léaud il ruolo di «alter ego». La sua ritrosia che qualche milanese di quelli «che contano» ebbe modo di riscontrare quando Truffaut fu ospite dell’editore Ricci (in quell’occasione Truffaut mise molti in imbarazzo con la sua riservatezza durante un party in uno studio di via Bigli) affonda le radici in un’infanzia dura, solitaria e desolata.
—Un’infanzia prolungata di Roberto Serafin, in François Truffaut gli amori rubati, a cura dell’Associazione italiana amici cinema d’essai, Quaderno 3, dicembre 1973, p. 12
[…] Qui è nevicato per tre giorni continui. L’altra notte, verso l’una, mi accadde di percorrere una strada alberata, rischiarata da grossi fanali: tale incantata fioritura, tali trasparenze e giochi d’ombre vivevano sotto la luce, che il nero delle case scompariva e rimaneva solo questo magico viale, intessuto di bianchezza, dove soltanto l’anima pareva poter camminare. Ma oggi, svegliandomi, ho trovato tutto brutto, calpestato, profanato, dagli spalatori e dalla pioggerella uggiosa. Girare per le strade fa pena e orrore: e più pena fanno i canestri delle fioraie in mezzo al fango, con quei poveri fiori spaesati morti di freddo.
—Antonia Pozzi - Tullio Gadenz, Epistolario (1933-1938), viennepierre edizioni, Milano 2008, p. 93; lettera di Antonia Pozzi del 18 gennaio 1933.
La pobbia de Ca’ Colonetta
L’è creppada la pobbia de cà
Colonetta: té chí: la tormenta
in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada
e crich crach, pataslonfeta-là
me l’à trada chí longa e tirenta,
dopo ben dusent ann che la gh’era!
L’è finida! eppur… bell’e inciodada
lì, la cascia ancamò, la voeur nó
morì, adess che ghè chí Primavera…
andemm… nà… la fà sens… guardegh nó
—Delio Tessa, L’è el dì di mort alegher!
Pobbia è il pioppo e la pietà della morte vale anche per l’albero che non riesce a vedere la primavera.
Lombardo-Veneto
Le donne
al capoluogo scese a servire
in locande di lungofiume
(è un fiume verde scorre tra i sassi
sotto lunghi balconi di legno)
le donne un tempo brave come i preti
nell’andare in cerca di funghi
con passi segreti sulla montagna
ora spolverano i vetri viola e gialli
sulla veranda, le teste di capriolo e
un tavolino da gioco nel vestibolo
sapevano del cielo stellato
stanotte a un abbaiare di cani
all’alba già preparavano il bagno
a un viaggiatore, di legno di castagni
era il fumo entrato nel soppalco
ridevano e che odore di bosco!
Ricordo che ho letto su un giornale
che le donne quaggiù sono le vittime
della rivoluzione industriale
—da Luciano Erba, Il prete di Ratanà, 1959
Chiamato Prezioso al battesimo perché nato il primo di luglio, giorno del Preziosissimo sangue di Gesù Cristo, l’allegro furfante aggiungeva alla stranezza del nome una deformazione fisica: era zoppo per l’accorciamento della gamba sinistra a seguito d’una frattura che si era procurato saltando da una finestra. […] a Milano, dove aveva casa all’ultimo piano di un decrepito edificio, nel dedalo delle traverse che diramano dal corso Garibaldi. Niente più di una stanza affacciata sui tetti, nella quale entrava attraverso una finestra, avendone fatto murare la porta per sfuggire alle ricerche degli ufficiali giudiziari che tentavano sempre invano di notificargli avvisi di comparizione e citazioni, e per riuscire irreperibile ai militari della Benemerita che spesso lo cercavano a seguito di denunzie o di indizi a suo carico. Egli dava infatti, oltre alle normali fregature, qualche coltellata di tempo in tempo, ma solo a malincuore, perché non era un violento, e ricorreva al coltello come sarebbe ricorso al revolver, non già per terrorizzare le sue vittime, che preferiva raggirare abilmente, ma solo per farsi rispettare e temere quanto bastava nell’ambiente dei grassatori e taglieggiatori del quale si trovava impropriamente a far parte.
—Piero Chiara, Onor di furfante, in Le corna del diavolo e altri racconti, Mondadori, Milano 1977, pp. 116-117
Marinetti è un poeta italiano di lingua francese. È un buon poeta, un poeta notevole. L’élite intellettuale universale lo conosce. So che personalmente è un ragazzo gentile ed è mondano. Pubblica a Milano una rivista poliglotta e lirica, presentata in forma lussuosa, Poesia. Le sue poesie sono state lodate dai migliori poeti lirici di Francia. La sua opera principale, finora, è Le roi Bombance, rabelaisiana, pomposamente comica, tragicamente burlesca, esuberante; ottenne un meritato successo, quando venne pubblicata, e sicuramente non l’otterrà quando verrà a L’Œuvre di Parigi sotto la direzione del notissimo attore Lugne-Poe.
—Rubén Darío, Marinetti y el futurismo, trad. di A. Melis, Marinetti e il futurismo, in «in forma di parole», anno VI, n. 3, luglio-agosto-settembre 1985, p. 69; Darío, autore nicaraguense da noi pressoché sconosciuto, è esponente di un moderrnismo critico che Melis descrive come «pessimismo, insieme cristiano e pagano [che] contro la luce metallica del futurismo […] rivendica la zona d’ombra»
Milano è veramente insociale, e non avendo affari, e non volendo darsi alla pura galanteria, non vi si può fare altra vita che quella del letterato solitario.
—Giacomo Leopardi, Lettera a Carlo Antici dell’8 agosto 1825, cit. in G. Leopardi, Zibaldone, a cura di Rolando Damiani, ed. Mondadori, Milano 1997, tomo III, Commenti, p. 3621
… Et c’est pour cette raison qu’il dit en un autre endroit de l’Épître «qu’il verse des larmes pour ceux qui ne font pas pénitence»: ita ut lugeam multos qui non agunt pœnitentiam: comme s’il disait: Je plains ces malheureux parce qu’il ne se plaignent pas eux-même; je déplore leur misère parce que bien loin de la déplorer eux-mêmes, ils passent toute leur vie dans le libertinage et la débauche. Ah! ville de Milan! Nouvelle Ninive, enivrée en tes plaisirs, superbe en tes pompes, aveugle en tes vanités, insatiable en tes débauches! mais ville de Milan plus superbe, plus aveugle et plus insatiable que la ville de Ninive, parce que tu résistes à la voix de Dieu qui t’appelle par le paroles de ton grand archevêque et que tu lui envoies tes ministres pour soutenir les débauches de ton carnaval, que tu as besoin, au milieu de tes joies, cependant que ton cœur est rebelle à la grâce et qu’il lui déclare la guerre, que tu as besoin, dis-je, qu’un cœur véritablement apostolique verse des larmes pour tes crimes! Ah! que tu as besoin, cependant que «tu amasses un trésor» d’ire, thesaurisas tibi iram, que saint Charles Borromée fasse une grande pénitence pour tes péches et qu’il détourne par le sacrifice de soi-même la colère et le rigueur que tu te prépares!
—Jacques-Bénigne Bossuet, Panégyrique de saint Charles Borromée. Prêché a Paris, le 4 novembre 1656, in Oraison funèbres panégyriques, texte établi et annoté par l’abbé Bernard Velat, Biblioteque de la Pléiade, 1936, pp. 676-677
Tuttavia, sulle immagini che aprono verso il futuro predomina ancora, negli altri fogli, un’atmosfera di città rivolta verso il passato, quasi a rendere visivamente il dissidio di una società non troppo sollecita, nonostante la forza di propulsione delle idee fatte circolare dai più illuminati circoli intellettuali, a volgere le spalle alla propria tradizione.
—Dante Isella, Milano capitale nelle vedute di G. Galliari, in I Lombardi in rivolta, Einaudi, Torino 1984, p. 105
Tèppa, Borraccina. Ernia, teppa e làór (grido de’ venditori degli accessorii per la capanna di Natale) (letterale): Edera, borraccina e alloro. On sass tutt quattaa de teppa: Sasso coperto di musco. Rosa de la teppa: Rosa borraccina. (Fig.) Fà vegnì la teppa (volg.): Far venire il latte alle ginocchia. (Compagnia o società di mascalzoni) La Compagnia della Teppa (Appross.): Compagnia del Ponte a Rifredi. (Pr.) Tèrra moventa nó fa teppa: Pietra mossa non fa musco ǁ (Zolla di terra erbosa) Piota. «A furia de tèpp oo faa ón pradèll sulla sabbia»: «A furia di piote ho fatto un praticello sulla sabbia».
—Cletto Arrighi, Dizionario Milanese-Italiano. Col repertorio Italiano-Milanese, II ed., Ulrico Hoepli Editore libraio della Real Casa, Milano 1896, p. 756
Dopo cena passeggiavamo in Galleria davanti agli altri ristoranti e ai negozi con le saracinesche di ferro abbassate e ci fermavamo nella piazzetta dove vendevano i sandwiches, sandwiches di prosciutto e lattuga e sandwiches d’acciughe, fatti di panini molto minuscoli bruni e lucidi e lunghi solo come un dito. Ci servivano per mangiarli la notte quando avevamo fame. Poi salivamo in una carrozza aperta fuori della Galleria davanti al Duomo e tornavamo in ospedale.
—Ernest Hemingway, Addio alle armi, trad. di Fernanda Pivano, in Romanzi, vol. I, I Meridiani, Mondadori, Milano 1992, p. 370
Il governo d’Italia e la tutela del giovane imperatore [Valentiniano] spettavano naturalmente a sua madre Giustina, donna bella e intelligente, ma che in mezzo a un popolo ortodosso aveva la disgrazia di professare l’eresia ariana, che cercava di istillare nell’animo del figlio. Giustina era persuasa che un imperatore romano potesse pretendere nei suoi domini l’esercizio pubblico della propria religione e propose all’arcivescovo, come una moderata e ragionevole concessione, che le lasciasse l’uso di una sola chiesa, nella città, o nei sobborghi di Milano; ma la condotta di Ambrogio era regolata da principî molto diversi. I palazzi della terra potevano bensí appartenere a Cesare, ma le chiese erano case di Dio; e dentro i confini della sua diocesi egli solo, come legittimo successore degli apostoli, era il ministro di Dio.
—Edward Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, trad. di G. Frizzi, Einaudi, Torino 1987, vol. II, pp. 993-994
«Ma cosa credi?» – scriveva a un amico tre mesi dopo esserci arrivato – «Che bastino tre mesi a Milano per distruggere trentadue anni di Maremma? Credi che io mi voglia proprio fare mettere le mutande di latta da questi quattro coglioni? Perché i milanesi, credimi, sono coglioni come poca gente al mondo.»
—Luciano Bianciardi, in Luigi Mascheroni, Il clan dei milanesi. Trenta storie di figli d’arte, Book Time, Milano 2007, p. 25
pop(P)anti miti(ZZATORI)
Quando si crede che la partita domenicale sia la forma più diffusa di alienazione spettacolare forse non è vero, o per lo meno non in modo maggiore di altre.
Gli stessi sguardi imbecilli che seguono le vicende domenicali li abbiamo trovati al concerto di Emerson Lake and Palmer.
A parte il carattere sfacciatamente sacrale-hollywoodiano della faccenda con un palco eretto a mo di tempio (questo ormai lo riconoscono anche i più rincoglioniti musicofili underground) curioso era il domandarsi se eravamo ad un incontro stracittadino o a un concerto.
Stadio gremito, partita- concerto noioso, pubblico- hippies annoiati, spettacolo- spettacolo alienante. L’amara constatazione era il considerare che per ben due partite consecutive (inter-atalanta e cesena-monza) gli spettatori annoiati hanno rubato il pallone finito sugli spalti e nel primo caso se lo sono portati a casa.
Il fatto che si sia preferito giocare a scivolare dalle curve sopraelevate dello stadio anziché innondare di vomito e di merda quei tre idoli che se la menavano con la loro pseudo creatività là sul palco, è una testimonianza che ancora una volta il movimento giovanile non sa ancora riconoscere quale sia il gioco e la creatività che lo leverà dalla sua merda e da quella degli altri.
Così mentre Emerson & soci si bevevano il barolo fragandosene di tutto e più ancora della nostra miseria, mentre i raduni pop diventano dei derbies meno emozionanti, anche il feticcio musicale è più che mai morto, superato, recuperato e sportivizzato.
L’unica nostra consolazione, assieme a quella della morte di un altro mito, è il vedere che la lezione di aprire le porte degli stadi calcistici è arrivata anche al pop.
—da «robinud. da qualche parte nella foresta di sesto s. giovanni. giornale murale a cura del collettivo di re nudo», numero due, maggio 1973